INDICE:


  • POSTFORDISMO
  • POST
  • POSTINDUSTRIALE
  • TECNOLOGIA E SOCIETA
  • L'ICT NELLA SOCIETA POSTFORDISTA
  • LE DINAMICHE DEL POSTFORDISMO
  • DUE SISTEMI A CONFRONTO
  • FORDISMO E POSTFORDISMO COME PARADIGMI ECONOMICI
  • OVER WEBER
  • POSTFORDISMO: la crisi del Fordismo
  • POST-FORDISMO E SOCIETA' DEI LAVORI
  • " IL TELELAVORO" Un esempio della trasformazione delle modalità lavorative nell'era del postfordismo
  • ECONOMIA GLOBALE E POSTFORDISMO
  • IL FORDISMO OLTRE CHAPLIN, FORDISMO E POST-FORDISMO A CONFRONTO
  • TOYOTISMO
  • FORMAZIONE POST-FORDISTA
  • POSTFORDISMO E TERZIARIO: il caso di una impresa di comunicazione a "rete"



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La parabola dello sviluppo estensivo dell’industrializzazione, facente perno sul sistema di fabbrica, si è dispiegata in poco più di un secolo. Se si considerano i paesi sviluppati, l’arco cronologico va all’incirca dal 1850 al 1970, con scarti temporali nelle due direzioni di qualche entità ma che, ad eccezione dell’Inghilterra, non superano i due/tre decenni. Nella prima fase domina il modello di fabbrica analizzato da Marx, la seconda è caratterizzata dalla diffusione del sistema taylorista-fordista. L’affermazione del capitalismo industriale, che modella lo stesso movimento operaio, produce contemporaneamente la questione ambientale moderna e il suo oscuramento, l’accettazione dei suoi costi, della sua incidenza sulle persone, a partire da quelle dei lavoratori, e sull’ambiente.

Con gli anni Settanta il processo di industrializzazione subisce un freno con fenomeni di deindustrializzazione dalla fenomenologia molto complessa (crisi delle aree di vecchia industrializzazione, diffusione territoriale della piccola e media impresa, spostamento degli impianti in paesi poveri). È solo in coincidenza con questa fase di completa ristrutturazione del sistema industriale che si delinea un vero e proprio movimento di opinione ambientalista e variamente antindustrialista. Si affacciano e si moltiplicano le istanze postmaterialistiche, acutamente analizzate da R. Inglehart 1.
Mentre si appresta a vincere la sfida con il comunismo, il capitalismo abbandona la promessa di uno sviluppo universalistico e di una democrazia dei consumi; preso atto che esistono limiti ambientali alla crescita e limiti sociali allo sviluppo, viene messa in atto una strategia di aggiramento e di adattamento alla nuova realtà. Alcuni dati inoppugnabili quali il ruolo dell’informatica nel nuovo modo tecnico di produrre e la drastica diminuzione degli addetti all’industria nei paesi sviluppati, hanno indotto molti analisti a parlare di società postindustriale, il che, preso alla lettera, è sbagliato, trattandosi piuttosto di un salto di qualità dell’industrialismo (società "neoindustriale"). Si è verificata una forte discontinuità in termini organizzativi e tecnologici con effetti dirompenti sul fattore lavoro, oltre che sul ruolo dello Stato, ma ciò è avvenuto all’interno di una continuità rivelatasi molto più forte di tutti i cambiamenti.

Indagato sul versante dell’organizzazione del lavoro, il postfordismo non presenta le caratteristiche di innovazione epocale che gli vengono attribuite, sia perché prima del fordismo e accanto ad esso sono riscontrabili moduli organizzativi analoghi, sia perché il fordismo in molti casi è ancora ben presente e dimostra capacità di adattamento e innovazione. Dove innegabilmente c’è stata una rivoluzione è sul versante tecnologico, su sollecitazione del conflitto sociale e della lotta per il potere (da cui la preminenza accordata ai settori della comunicazione, dell’informazione, delle reti, con netta egemonia statunitense). Possiamo dire, infatti, che i l posfordismo può essere definito da questi aspetti:
  • Nuove tecnologie d'informazione;
  • Enfasi sui tipi di consumatori (al posto dell'enfasi sulle classi sociali, precedentemente imperante);
  • Avvento del lavoratore di servizi e del "colletto bianco";
  • Femminilizzazione della forza lavoro;
  • Globalizzazione dei mercati finanziari.
Insomma, invece di produrre beni generici le imprese trovarono più profittevole specializzarsi in diverse linee di prodotti rivolti a differenti gruppi di consumatori, facendo leva sul loro senso del buongusto e della moda. In luogo di investire enormi cifre sulla produzione di massa di una singola merce, le imprese ebbero quindi la necessità di costruire sistemi intelligenti di impiego di mano d'opera e macchine che fossero flessibili e potessero rapidamente reagire ai capricci del mercato. Questo nuovo tipo di produzione non può fare a meno dell'apporto dell'informatica, il cui utilizzo diventa la chiave della flessibilità produttiva.
Lo sviluppo dell’informatica, con le sue enormi capacità di calcolo, simulazione, virtualizzazione, costituisce solo una funzione per rendere più vantaggioso il vecchio modo di produrre con risparmio di lavoro e incremento di produttività, oppure può essere alla base di nuovi prodotti, di un nuovo ciclo emancipativo ed ecologicamente virtuoso? Di sicuro l’innovazione di prodotto non discenderà deterministicamente dalla tecnologia disponibile, bensì dal contesto sociale e culturale, cioè dalle scelte degli attori sociali (non riducibili all’impresa). Per il momento si sono rafforzate le tendenze di fondo del modello industriale, per cui la sua eclissi relativa in alcune aree, o il fallimento delle varianti incapaci di internalizzare le novità organizzative e tecnologiche, rientrano nel processo della sua generalizzazione. Se ci si pone dal punto di vista del polo lavoro si può constatare come la diminuzione dell’occupazione complessiva nel settore industriale riguardi solo i paesi "maturi" e solo le situazioni in cui il posto di lavoro è ancora relativamente protetto.

Le innovazioni tecnologiche e organizzative, incentrate sulla flessibilità, vanno nel senso di una valorizzazione delle capacità individuali della forza lavoro, così come di una personalizzazione dei prodotti. Nei settori dove c’è stata una massiccia adozione dei sistemi flessibili di produzione è diminuita l’occupazione ed è migliorata la qualità del lavoro (ma alla fatica è subentrato lo stress). L’orario di lavoro però non diminuisce, anzi aumenta tanto nei paesi in "via di sviluppo" che in quelli di vecchia industrializzazione. Con ogni probabilità, pur in mancanza di statistiche attendibili, gli addetti all’industria su scala mondiale sono complessivamente tuttora in crescita. Si tratta, per altro, di una forza-lavoro sempre meno garantita, che sta perdendo i diritti sociali appena intravisti dal punto di vista delle condizioni di vita, della salute e sicurezza in fabbrica, della esposizione a sostanze inquinanti e, come detto, della stessa durata della giornata lavorativa. Il polo lavoro non è stato cancellato ma indebolito, frammentato, reso incapace di muoversi sul terreno della globalizzazione economico-finanziaria; da molto tempo le sue lotte sono puramente difensive, per cui sempre più i sindacati sono bollati di conservatorismo. Con una immagine brutale alcuni sostengono che i lavoratori si aggrappano alla corda che li impicca. A causa di un peso contrattuale sempre meno incisivo, è difficile pensare che riescano a riproporre, come avevano cominciato a fare nel recente passato, la questione di un cambiamento del modo e del cosa produrre, per salvaguardare la loro salute fisica e psichica ed eliminare le conseguenze negative sull’ambiente delle produzioni industriali.

Il postfordismo è un preciso periodo della storia economica dei paesi sviluppati, che ha inizio verso la fine degli anni ' 70 e l'inizio degli ' 80, e che segue il periodo del fordismo, che invece si snoda dal secondo dopoguerra fino agli anni ' 70. Nell'ultimo trentennio sono cambiate molte cose, l'informazione e la comunicazione sono diventate le principali fonti di occupazione, ed elementi essenziali per lo sviluppo, non solo culturale, ma anche economico del paese, infatti molti interessi produttivi primari si sono indirizzati verso questi settori. Rispetto all'epoca industriale non sono cambiati solo gli strumenti di produzione (grazie all'introduzione di computer, software, etc...) ma anche quelli di comunicazione. Mezzi di comunicazione che si evolvono repentinamente e che, specie negli ultimi tempi, hanno rivoluzionato il modo di fsre e divulgare l' informazione, ridimensionando il concetto di mondo a quello di villaggio globale. Attualmente ci troviamo nelle stesse condizioni in cui si trovavano i cittadini alle soglie della rivoluzione industriale, dove si chiedeva ai cittadini un nuovo tipo di preparazione, diversa da quella necessaria in una società agricola. All'epoca della rivoluzione industriale e delle fabbriche fordiste, non vi era comunicazione nel processo lavorativo, si lavorava e basta. Nella società postfordista o dell' ICT (Information and Communication Technology), invece, il processo lavorativo è una concatenzione di atti linguistici, e per lavorare sono necessarie loquacità, capacità relazionali e di interagire con gli altri. Non sarà quindi possibile svolgere alcun lavoro, nè partecipare a questa società, senza entrare in contatto con questa nuova dimensione di comunicazione e di informazione.

Con l'avvento dell'era postfordista si modificano le forme di lavoro, del suo mercato, ovvero la formazione e la distribuzione sociale e del reddito,relazioni macroeconomiche che noi abbiamo conosciuto soprattutto nella parte centrale del xx secolo, quella che Hobsbawm definisce 'Età dell'oro'.
Cambiano le relazioni che hanno avuto la loro fissità nei cosiddetti 'Trenta Gloriosi'e che corrispondono, alla fine, all'egemonia della tecnica taylorista.
Nell'epoca della manifattura anche il lavoro era privo di ogni tipo di correlazione interattiva tra individui. Nella metropoli post- fordista invece il lavoro è descrivibile come un complesso di atti linguistici; è costituito da sapere, informazione, relazioni sociali, cultura; chi lavora dev'essere in definitiva loquace. Il lavoro postfordista è dunque lavoro linguistico ed esige buone capacità relazionali, intraprendenza. L'attività lavorativa in quanto tale non cambia, ciò che viene a mutare è la modalità secondo la quale essa viene svolta.
Tutte queste modifiche riguardano non solo le nuove generazioni, ma anche le persone già inserite nel mondo del lavoro e quelle che oramai ne sono fuori.

All'epoca della manifattura,l'attività lavorativa era muta.Chi lavorava taceva.La produzione era una catena silenziosa,in cui era ammesso solo un rapporto meccanico ed esteriore,il lavoro era privato di ogni correlazione interattiva tra simultanei.Nella metropoli postfordista,invece,il processo lavorativo materiale è descrivibile come complesso di atti linguistici,sequenze di asserzioni e di interazioni simboliche.Poichè il processo produttivo ha per materia prima il sapere,l'informazione,la cultura e le relazioni sociali,ne consegue che chi lavora deve essere loquace e l'agire comunicativo non sarà più il terreno privilegiato unicamente di politica e spettacolo.Oggi tutto il processo lavorativo sociale mette al lavoro il linguaggio e si presenta come il terreno di conflitto e nello stesso tempo la posta in palio.




POST

Post non è un "dopo" come tutti gli altri. Questo suffisso è entrato prepotentemente nella nostra cultura negli anni '80, attraverso la porta dell'architettura (il "postmodernismo" è stato innanzitutto un movimento architettonico), e ha colonizzato gli ambiti più diversi (il termine "postmoderno" è stato ben presto usato in ambito filosofico, ma si è parlato poi di "postindustriale", "postcomunismo"...) portando comunque con sé un significato peculiare. Post è un dopo che smentisce la direzione prevista, è un cambiamento di rotta o un'inversione di tendenza: rispetto al funzionalismo e al razionalismo sempre più spinti dello "stile moderno", in architettura; rispetto al destino di progresso e di emancipazione promesso dalle filosofie della storia ottocentesche (le "grandi narrazioni", come le chiama Lyotard che ha introdotto per primo il termine "postmoderno" in filosofia). Il termine "postindustriale", da parte sua, portava con sé l'idea di un'inversione di tendenza rispetto al caratteristico sviluppo produttivo che la nostra società ha conosciuto a partire dalla rivoluzione industriale dell'Inghilterra di fine '700. Due secoli di industrialismo sempre più pesante, concentrato, orientato alla produzione di massa standardizzata, alimentato da schiere di lavoratori sempre più simili a eserciti, uomini intruppati, disciplinati, alienati, stipati in spazi urbani omologati e senza radici: tutto questo stava per finire. Una svolta epocale, essenzialmente dovuta alle nuove tecnologie basate sull'informatica e sulla microelettronica, avrebbe portato nella direzione opposta del decentramento, dell'alleggerimento, a tecniche sempre più soft e addirittura a una "produzione immateriale", sciogliendo la dura realtà delle officine stridenti in impalpabile virtualità.




POSTFORDISMO E SOCIETÀ POSTINDUSTRIALE

Mi soffermo ancora brevemente sull'idea della "società postindustriale", che è stata in voga soprattutto tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, perché è la parente più prossima dell'idea della "società postfordista", in cui ha lasciato profonde tracce.
"Postindustriale" è stato lo slogan ottimista di chi si aspettava dall'informatica la liberazione dagli aspetti negativi dell'industrialismo e della produzione di massa - l'alienazione, l'inquinamento, il gigantismo industriale e metropolitano - se non addirittura dalla condanna biblica del lavoro. E' un'idea che ha alimentato una letteratura euforica, spesso più fantascientifica che "seria", più orientata cioè a colpire l'immaginario collettivo che ad analizzare le trasformazioni in atto: qualcuno ha fondatamente sospettato che si trattasse di un enorme battage pubblicitario a sostegno della prima grande ondata di introduzione delle tecnologie informatiche. Sta di fatto che bestsellers come Piccolo è bello di Schumacher o After Industrial Society? di Gershuny, o "rapporti" diventati altrettanto celebri come quello di Nora e Minc per il governo francese o quello dello Japan Computer Usage Development Institute, o i saggi di Adam Schaff su lavoro e occupazione scritti per il Club di Roma non sono indagini sulla realtà contemporanea, ma fantasie su società futuribili: società totalmente atomizzate, in cui le città sono scomparse e gli individui vivono in un'arcadia disinquinata connessi dai terminali con cui comunicano, lavorano, si istruiscono e fanno la spesa; società integralmente democratiche perché le informazioni sono finalmente a disposizione di tutti e tutti partecipano alle decisioni collettive via modem; società in cui l'umanità liberata dal lavoro grazie alle nuove automazioni può dedicarsi a un'attività di "educazione permanente": come diceva Marx, "non resta a desiderare altro se non che il re, rimasto solo nell'isola, girando continuamente una manovella, faccia eseguire per mezzo di congegni meccanici tutto il lavoro dell'Inghilterra".
Quest'ultima citazione è tratta dai Manoscritti economico-filosofici del 1844, e testimonia il fatto che la fede nella liberazione dell'umanità attraverso il progresso tecnico non è nuova (e non è marxiana: tutt'al più marxista). E' un fatto che le infatuazioni tecnologiche ricorrono nella storia della nostra cultura, ma su questa ricorrenza - a mio avviso significativa - tornerò più oltre.




POSTFORDISMO - INTERPRETAZIONI

Veniamo ora al "postfordismo", idea pessimista degli anni '90 che rappresenta in qualche modo la sobrietà dopo l'ubriacatura informatica. Ci si sveglia, e si constata che il mondo non è poi cambiato così radicalmente, anzi va peggio. La "liberazione dal lavoro" annunciata significa, per il momento, aumento della disoccupazione, emarginazione, povertà. Chi non lavora non trova più nemmeno strutture sociali di sostegno, poiché queste vengono sistematicamente smantellate. E chi ancora lavora non ha più gli strumenti di difesa del passato, e deve accettare ritmi e orari più pesanti, riduzioni salariali, condizioni di precarietà. Ed è perfino difficile prendersela con qualcuno, perché gli ordini arrivano dall'alto e i ricatti da lontano, da dimensioni "sovranazionali" che sembrano inaccessibili alle istanze politiche tradizionali.
Molte interpretazioni che oggi tentano di dar conto di questa situazione impiegano il termine "postfordismo", e concordano per l'essenziale nel caratterizzare questa nuova fase attraverso tre ordini di fenomeni: la tendenza a una diminuzione assoluta del lavoro, un nuovo assetto definito "flessibile" della produzione e uno spostamento dei poteri di governo dell'economia dall'ambito nazionale a una dimensione sovranazionale o "globale".
Si tratta di analisi spesso molto serie, che mettono in luce elementi importanti. Personalmente, tuttavia, ho alcune perplessità di fondo che voglio subito esplicitare, prima di passare a una più precisa disamina di quello che possiamo chiamare il "paradigma postfordista". Si tratta di una linea interpretativa che coniuga il nuovo vezzo della "cultura del post" - l'idea che siamo di fronte a una svolta epocale, cui si guarda con timore ma soprattutto con l'eccitazione di chi pensa "da questo momento niente sarà più come prima e noi siamo così fortunati da essere presenti e svegli proprio in questo momento" - con un vecchio vizio della tradizione marxista - l'idea che il capitalismo incontri un limite assoluto e "oggettivo" al proprio sviluppo, come un organismo vivente che ha un'irreversibile parabola di nascita, crescita, declino e morte, e dunque prima o poi si toglierà di mezzo da solo. Sono entrambe idee consolatorie, e proprio per questo difficili da scalzare. Ma i due secoli di storia del pensiero economico e politico che accompagnano lo sviluppo del capitalismo dalla rivoluzione industriale ai nostri giorni è una storia di svolte epocali annunciate e smentite, di pretese ultime frontiere raggiunte e superate. Perciò ritengo che ripensare il passato storico e teorico - i fatti e le loro interpretazioni - sia oggi importante almeno quanto indagare il presente, e sicuramente più dell'azzardare previsioni per il futuro.
Esplicito subito anche la mia personale ipotesi interpretativa. Come ho detto, diagnosi infauste per le ulteriori possibilità di sviluppo del sistema, da un lato, e, dall'altro, fiduciose utopie tecnologiche sono ricorrenti nella storia della nostra cultura. A mio avviso, questa ricorsività potrebbe essere il sintomo di una dinamica ciclica del capitalismo: una dinamica in cui fasi di espansione che incontrano limiti solo relativi sono seguite da periodi di crisi che non sono irreversibili, scandita da innovazioni tecnologiche che presentano potenzialità indefinite ma mettono capo a modelli di accumulazione esauribili, destinati dunque ad essere sostituiti senza che ciò coincida con la fine del capitalismo o con una trasformazione radicale della sua logica di fondo.
Ma prima di vagliare questa ipotesi, è necessario entrare un po' più nel merito di quello che ho chiamato "paradigma fordista".



TECNOLOGIA E SOCIETA'

Fordismo e postfordismo sono stadi del capitalismo contemporaneo, caratterizzati, il primo,dalla diffusione del sistema di fabbrica e dal consumo di massa, ed il secondo dal loro parziale superamento.
I metodi produttivi fordisti furono applicati per la prima volta nel 1913 dalla casa automobilistica creata a Detroit da Henry Ford, e si diffusero poi rapidamente nell'ambito dell'industria manifatturiera. Con il termine fordismo ci si riferisce dunque comunemente ad un insieme di regole riguardanti tanto l'attività produttiva quanto l'organizzazione della produzione (in particolare il ruolo della manodopera). I metodi fordisti possono essere considerati una combinazione di alcuni elementi: la meccanizzazione dei processi produttivi (in seguito all'introduzione della catena di montaggio), la standardizzazione dei prodotti finali, e un management scientifico, teorizzato da Taylor, che prevede una netta distinzione tra progettazione e produzione, ovvero tra coloro che organizzano l'attività produttiva (ingegneri...) e coloro che la svolgono (operai...). La produzione in serie o di massa resa possibile dal progresso tecnologico, unita al conseguente consumo di massa, intensificarono altamente il lavoro e comportarono inevitabilmente l'alienazione del lavoratore.

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Essere passati ad un tipo di sistema postfordista ha implicato una mutazione non soltanto a livello produttivo ma anche sociale, anzi delle relazioni sociali. Finora il prodotto della società fordista, ovvero il lavoratore, non è stato considerato attore sociale nella sua individualità, ma oggetto del meccanismo industriale. Al collettivismo unidimensionale fordista si è contrapposto un nuovo individualismo, la proliferazione del lavoro autonomo. A parte la critica all' introduzione di macchine intelligenti in sostituzione del lavoro umano (J.Rifkin), forse più importante è il fatto che la produzione diviene sempre più un processo basato sulla comunicazione. Sia il controllo delle macchine, mediato dai computer, sia l'organizzazione delle cooperazione tra i lavoratori, sia le relazioni tra i diversi settori del processo produttivo richiedono una serie di attività comunicative e relazionali. Laddove la fabbrica fordista aveva separato l'intelligenza dalla prestazione lavorativa e segmentato mansioni e funzioni, la fabbrica postfordista punta sulla cooperazione comunicativa ed intelligente e sul coinvolgimento cognitivo dei lavoratori nella produzione.E siccome la tecnologia non è neutrale ("il medium è messaggio" direbbe Mcluhan), la società si trova adesso come alle soglie della rivoluzione industriale : le si chiede una preparazione aggiornata, un modo di pensare il futuro , anche professionalmente parlando, interconnesso a questa nuova dimensione della parola, a questo nuovo tratttamento
dell'informazione.

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Infatti mentre nella società fordista era necessaria una forza lavoro specializzata e abituata al lavoro sempre uguale, nel sistema postfordista ci si trova davanti ad una richiesta di lavoro con alto grado di adatttabilità ai mutamenti di ritmo, di mansione e che sappia essre al passo del mercato.
D'altra parte mentre nel sistema fordismo tempi e modi di produzione erano programmati, nel postfordismo sono le leggi del mercato a comandare ; si rivela, dunque, fondamentale per il soggetto dell'era mediale e multimediale una formazione continua e qualificata.



L'ICT NELLA SOCIETA POSTFORDISTA

L'avvento del Postfordismo, con il conseguente impatto sulla società, sulla cultura, sul modo di pensare e di agire, ha determinato la nascita di una nuova parola: ICT, ossia "Information Communication Technology".
Con ICT si intende la convergenza di informatica e telematica per nuovi modi di trasmettere l'informazione; in 3 lettere è racchiusa tutta una nuova visione, una nuova concezione dell'informazione e della comunicazione.
Nella società postfordista dell'ICT l'informazione è considerata il bene principale, intesa quasi come "nuovo bene economico".
Cambia di conseguenza il rapporto tra l'uomo e i suoi strumenti di lavoro: nella società fordista era ammesso solo un rapporto esteriore e meccanico; nella società postfordista il lavoro dell'uomo è mediato dal computer.
Cambiano ovviamente anche i mezzi di comunicazione: basta pensare al ruolo sempre maggiore che svolgono le telecomunicazioni, le quali riducono il mondo a villaggio globale.
Nel settembre 2003 il Governo Americano annunciava lo sviluppo della National Information Infrastructure (NII).
In Europa, nel dicembre 1993, il Presidente della Comissione Europea Jacques Delors ha presentato il "Libro Bianco", in cui viene sviluppato il concetto di comunicazione dell'informazione nell'Unione Europea; il Libro Bianco suggerisce, inoltre, un approccio di mediazione, e pone l'accento sul progresso economico e sociale che l'attuazione delle "autostrade elettroniche" può apportare alla Comunità: viene infatti ribadita la necessità di una comunicazione migliore tra stato e cittadino (e-governent) e di una continua informazione ( life long learning).
La nuova società dell'informazione, nata dall'impatto delle nuova tecnologie nell'organizzazione sociale, permette la disponibiltà simultanea di conoscenze tecniche, sociali e umane e la sua innovazione può essere spiegata attraverso le sue principali caratteristiche: innanzitutto velocità delle comunicazioni, dei processi produttivi e decisionali; poi l'interconnessione tra persone e informazioni; infine la malleabilità delle informazioni, superando così la rigidità del sapere.



LE DINAMICHE DEL POSTFORDISMO

Le imprese sono tradizionalmente considerate soggetti self-interested, puramente competitivi. In realtà la pura concorrenza non è l’unica opzione strategica a loro disposizione; esistono invece altri rapporti, di tipo cooperativo, che finiscono per portare alla soluzione ottimale. La concorrenza interviene quando non si riesce a ragionare assieme, a comunicare intenzioni ed obiettivi, in preda al noto dilemma del prigioniero. Affinché la cooperazione sia la soluzione migliore è necessario che vengano realizzati dei canali attraverso cui comunicare: non si sviluppa quando l’opportunismo unito alla mancanza di regole ostacola il consolidarsi di rapporti di fiducia.
Stiamo vivendo il paradigma post-fordista, la cui chiave di successo è determinata dal potenziale delle economie di replicazione e di varietà, garantite dalla globalizzazione dei mercati.
Il postfordismo non è la somma di tanti fenomeni disgiunti, ma un vero e proprio modello che evidenzia il declino di una fase del capitalismo per aprire una nuova epoca nella quale è necessario cambiare il nostro modo di capire il presente e di progettare il futuro. I problemi non possono essere più affrontati uno per uno: la precarizzazione del lavoro, l'indebolimento del welfare, l'aumento del rischio d'impresa o la globalizzazione dei mercati si intrecciano, determinando un generale processo di transizione nel quale sta prendendo forma un paradigma emergente, una possibilità realistica, anche se non ancora reale, di evoluzione del capitalismo industriale.
All'epoca della manifattura e durante il lungo apogeo della fabbrica fordista, l'attività lavorativa era muta. Chi lavorava taceva, la produzione era una catena silenziosa. Nella metropoli postfordista, invece, il processo lavorativo materiale è descrivibile come un complesso di atti linguistici. Poichè il processo produttivo ha come elemento essenziale il sapere, l'informazione, la cultura e le relazioni sociali, ne consegue che chi lavora deve essere loquace.

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Si è passati dunque da una società industriale a una società dell'Informazione e con questo passaggio è avvenuta la nascita di nuove professioni e la trasformazione dei mestieri tradizionali che si arricchiranno di nuovi contenuti. Questo radicale cambiamento comporta e comporterà sempre più un enorme sforzo di formazione che non era mai stato affrontato dalle società precedenti e che riguarderà sia la formazione delle nuove generazioni sia le persone già inserite in ambito lavorativo e infine quelle che ne sono state estromesse e che hanno quindi bisogno di riqualifica professionale.



DUE SISTEMI A CONFRONTO

Il Fordismo nasce in america nei primi anni del 1900 sulla base di teorie come quella taylorista, che prevedeva una forte razionalizzazione dell'azienda e del processo produttivo. Tale teoria aveva come presupposti un'organizzazione scientifica del lavoro, una divisione tra lavori esecutivi e programmazione aziendale e la scomposizione e semplificazione delle mansioni. Questo modo di produzione fu portato alle estreme conseguenze dall'applicazione della catena di montaggio dalle industrie Ford.
Con questo nuovo sistema si rivoluziona l'esistente, fatto per lo più da aziende di tipo artigianale. Nascono le grandi aziende monopolistiche, nasce la grande produzione di massa.Con questo sistema non si modificano solo il modo di produrre e concepire il mercato, ma si crea un nuovo modo di pensiero e consumo che condizionerà l'individuo.
Il sistema funzionò bene fino alla fine degli anni '20, quando si avvertirono i primi problemi sia dal mercato che dagli stessi lavoratori. Le ragioni principali della fine del fordismo classico sono da individuare nella difficoltà dell'azienda di regolare il mercato, di prevederne i consumi e le esigenze di produzione; inoltre i lavoratori iniziarono a costituire un problema: la manodopera immigrata diminuiva mentre quella americana non svolgeva mansioni di basso livello.Con la crisi degli anni '30 declina il primo modello di fordismo, quello che credeva in uno sviluppo economico senza fine e alla onnipotenza dell'azienda. Dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi petrolifera del 1973 si parla di fordismo maturo.

Il postfordismo è il modello produttivo che dalla fine degli anni '70 ha sostituito quello fordista. Dalla produzione di massa si passa ad una produzione snella, dalle economie di scala alle economie di scopo, rispondendo alle richieste di prodotti, sempre più personalizzati e di qualità. L'azienda diventa duttile, agile, leggera alla ricerca di flessibilità dal punto di vista della produzione, della logistica e dell'organizzazione. La vera rivoluzione si completerà quando l'impresa modifica non solo il processo di lavorò ma anche la sua struttura organizzativa interna e la delocalizzazione produttiva.
La svolta di questo processo è la terza rivoluzione tecnologica che ha cambiato il modo di produrre e lavorare in maniera radicale: l'utilizzo dell'informatica applicata alle telecomunicazioni modifica la comunicazione (internet, computer, satellite, ecc. ) a questa si unisce il miglioramento dei trasporti. Questo salto tecnologico permette di comunicare via web, in maniera sicura e veloce e diretta e grazie ai nuovi trasporti si può produrre anche oltre il territorio nazionale, dove risulta più conveniente.
Con le nuove comunicazioni i rapporti non si basano più sulla necessità di una vicinanza "spaziale" ma si usano sempre di più i computer per mettere in contatto i vari gruppi di produzione, lo spazio da fisico diventa virtuale. Le aziende puntano di più al potenziamento di software, tecnologie e linguaggi che all' acquisto di macchinari, spazi produttivi, ecc.
Il lavoro muta, diventa più immateriale, il lavoro manuale e non solo, si trasforma sempre di più in un lavoro di relazione, comunicazione che richiede un livello alto di capacità linguistiche e disponibilità. Ai lavoratori si richiedono maggiori sforzi: flessibilità, prontezza e versatilità. Nascono nuove professioni e quelli già esistenti si trasformano.



FORDISMO E POSTFORDISMO COME PARADIGMI ECONOMICI

Elemento centrale nella definizione della società postmoderna è il suo nuovo modello economico, particolarmente il nuovo modello produttivo, che a partire dagli anni '70 ha progressivamente sostituito il modello fordista, egemone nel periodo 1945-1970, e che viene pertanto definito post-fordista.
Ma cosa intendiamo con fordismo e post-fordismo? Definire il post-fordismo non è facile perchè, al pari del post-moderno, esso si caraterizza proprio per il suo carattere polimorfo, per l'assenza di un modello economico egemone; ma anche definire il fordismo non è poi così semplice, in quanto fordismo e post-fordismo vengono assunti dalla letteratura socioeconomica non come descrizione di una particolare filosofia produttiva, ma come paradigmi di un sistema economico globale. Infatti, se per fordismo intendiamo un sistema di produzione centralizzato e parcellizzato, basato sulla catena di montaggio, è bene sapere che solo in pochi stati e per brevi periodi la forza lavoro industriale ha superato il 40% del totale e che mai più del 20-25 % di essa (8-10% del totale) ha lavorato alla catena di montaggio immortalata da Charlie Chaplin, in Tempi moderni, come simbolo del sistema produttivo di fabbrica.
La fabbrica fordista non era la norma nemmeno quando c'era il fordismo. Ma innovativa o tradizionale, nella società postindustriale è la fabbrica stessa a non essere più centrale: rispetto ad altri settori economici, oggi il valore aggiunto della produzione industriale è basso e l'industria è quello che l'agricoltura era all'inizio del secolo.
Nelle economie avanzate pochi paesi hanno un numero di addetti industriale superiori al 30% e certe proiezioni indicano che negli Stati Uniti raggiungeranno in un decennio il 10% o poco più. Un tempo i paesi in via di sviluppo erano quelli agricoli, oggi sono quelli industriali.
Fordismo e postfordismo non devono quindi essere considerati semplicemente come un tipo di organizzazione industriale. Gramsci nei Quaderni del carcere scriveva che il fordismo aveva aperto uan nuova epoca nella storia del capitalismo, plasmando con i suoi effetti non solo l'organizzazione di fabbrica, ma il complesso della società arrivando a creare un nuovo tipo di lavoratore e di uomo.
A partire dalle sue analisi il concetto di fordismo è stato letto non solo come una tipologia di produzione industriale, ma come un paradigma economico e tale lettura è oggi predominante nella cultura socioeconomica. Quindi consideriamo il fordismo, così come il postfordismo, dei paradigmi, ovvero dei modelli ideali e regolativi per orientarci nella complessità, senza pretendere che essi la inquadrino in modo totalizzante, perchè la realtà è poliforme e una mappa che riproduca in scala 1:1 il mondo è inutile, come ci ricordano Borges ed Eco.
Tuttavia, confrontando fordismo e postfordismo, è necessaria un'avvertenza: si tratta, infatti, di analizzare due modelli economici asimmetrici. Quando diciamo fordista parlaimo di un modello economico già passato, definito, analizzabile e coerente. Con postfordismo invece non definiamo un modello economico, ma come dice il nome solo ciò che viene dopo il fordismo, anzi una transizione. Il nome postfordista dice solo che il fordismo è superato, ma non dà indicazioni sul nuovo e questo sostanzialmente per due ragioni:
1. il nuovo modello è in evoluzione, questa è una fase di transizione, quindi i contorni sono in fase di definizione (bisogna peraltro considerare che la transizione è endemica allo sviluppo economico capitalista e ogni modello risulta in perenne revisione),
2. il nuovo modello è per definizione flessibile, ossia più che un modello indica un principio: "adattarsi", quindi assume di volta in volta le forme più efficaci: l'assenza di un modello è parte del modello. E' perciò impossibile definire compiutamente un modello dominante, ma questo non significa non si possano individuare delle tendenze generali utili alla costruzione di un modello orientativo nella comprensione degli aspetti economico-culturali delle società postindustriali, nè che queste tendenze debbano necessariamente essere alternative al fordismo: aspetti del modello fordista convivono infatti entro il nuovo modello che, come rilevato, ha nella sua programmatica assenza di un modello proprio una delle caratteristiche essenziali.




OVER WEBER

Con l’avvento del post-fordismo, processo che come è stato già detto prima non rappresenta un’innovazione epocale, abbiamo comunque un importante cambiamento: il capovolgimento della concezione imprenditoriale.
L’imprenditore di stampo weberiano non conosceva l’intraprendenza, plasmando esclusivamente un’etica parsimoniosa e riflessiva atta a evitare qualsiasi tipo di rischio, perché conscio dell’irreversibilità delle proprie scelte.
Invece:

“Nel pathos post-fordista l'agire imprenditoriale, attraverso la valorizzazione
ideologica delle qualità dell'imprenditore pre-capitalista, ritorna ad
essere intrapresa. Intraprenditore rimanda a entrepreneurship, agli aspetti
più dinamici dell'agire imprenditoriale, al suo continuo movimento di
superamento dell'esistente e creazione del nuovo, al gusto per l'avventura e al
piacere ludico per la sperimentazione, alla tensione corsara e trasgressiva
nella ricerca di nuovi spazi di scoperta, alla rottura della routine e del quotidiano.”

L’imprenditore post-fordista adotta la filosofia del “qui ed ora” non rivolgendosi più al passato come modello e neanche guardando al futuro come progetto ma solo approfittando delle occasioni che gli vengono offerte nel presente. Questa pratica porta l'entrepreneur ad una grande affermazione di se stesso, il quale con grande opportunismo e slancio vitalistico allarga gli orizzonti del possibile nell'atto produttivo.



POSTFORDISMO: la crisi del Fordismo

Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 i paesi tecnologicamente più sviluppati sono interessati da un insieme di trasformazioni economiche, istituzionali, sociali, tanto profondo da determinare un vero e proprio passaggio di fase. Dopo lunghi decenni di dominio incontrastato, il modello sociale e produttivo fordista, quello specifico modo di produrre e di regolare la società che tanto peso aveva avuto nelle vicende economiche e istituzionali dei paesi più sviluppati, va in crisi. È una crisi che investe più ford_t_modello_fordt_auto_aria_compressa_motore_aria_compressa_trasporto_sostenibile_2.jpgcose e ambiti, anche molto diversi tra loro per rilevanza, che produce nei diversi paesi esiti anche molto diversi a seconda del ruolo che ciascuno di essi riveste nell’ambito della divisione internazionale del lavoro, degli attori istituzionali coinvolti nel processo regolativi, dei sistemi di welfare vigenti, del ruolo e del peso del sindacato.
Vanno in crisi le strutture organizzate secondo criteri gerarchici (to make) e integrate per via verticale. È pesantemente messo in discussione il modello concertativo di distribuzione della ricchezza definito tra le grandi rappresentanze imprenditoriali e sindacali con la supervisione degli stati nazionali. Vanno in crisi gli stati nazione, si modificano i rapporti di forza tra politica - nazione ed economia mondo, si affermano poteri di livello sovranazionale, si assiste a una sensibile contrazione dell'intervento dello stato nell'economia (in particolare nel settore industriale, come attesta il diffuso processo di privatizzazione avvenuto nelle economie di mercato sviluppate). Mutano le forme e la regolamentazione del lavoro, della sua organizzazione e rappresentanza, c’è un oggettivo ridimensionamento del ruolo contrattuale del sindacato, una crisi della contrattazione collettiva associata a una contemporanea crescita di forme di individualismo contrattuale (in particolare dal versante retributivo). Il posto di lavoro fisso per tutto l’arco della vita diventa sempre più un retaggio del passato, mentre i processi di flessibilità si accentuano sempre di più fino ad assumere sempre più i caratteri della precarietà e dell’insicurezza.
Il cambiamento insomma non si ferma alla fabbrica ma investe il territorio, la società, i rapporti economici, istituzionali, politici, che a livello sociale e territoriale si determinano. Detto che il tramonto del FORDISMO non é riducibile a una mera questione di ordine cronologico (non a caso attività nate recentemente, come i call center o i fast food sono strutturate secondo i principi tayloristici - fordisti), si può aggiungere che a questo cambiamento viene dato un nome, POSTFORDISMO, non a caso abbastanza generale da definire un ambito significativamente più vasto di quello che si riferisce alla modificazione tecnologica e organizzativa dei processi di produzione, tanto da rappresentare un riferimento sia per coloro che guardano ai cambiamenti in atto nella società e nell’economia esaltandone il carattere innovativo e l’apertura di nuovi scenari, sia per coloro che all’opposto mettono decisamente in risalto gli aspetti distruttivi e socialmente disgreganti connessi a tale fase dello sviluppo capitalistico.
Con il POSTFORDISMO si modificano molte cose. E si modificano in maniera profonda.
Mutano profondamente, anche in seguito alla diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, i sistemi, i linguaggi, le forme di comunicazione attraverso le quali le persone stabiliscono rapporti; si sviluppano forme di accumulazione flessibili, capaci di integrare, di mettere in rete, modi, tempi e luoghi di produzione tra loro molto diversi, dalla fabbrica robotizzata alla cascina Hi Tech, dal distretto industriale ai templi della finanza globale; si determinano processi di rilocalizzazione delle risorse strategiche che portano con sé ulteriori processi di inclusione e ulteriori divari (digital divide); l’impresa diventa sempre più un centro di regolamentazione delle transazioni; i processi di competizione si basano più sulla qualità e sulla personalizzazione dell’offerta (con la conseguente necessità da parte delle imprese di rispondere prontamente e in modo flessibile alla domanda) che sui volumi prodotti; vengono definiti nuovi indici di efficacia nell'analisi dei processi produttivi; c’è un diffuso sviluppo del terziario privato, del lavoro autonomo e parasubordinato; si afferma il modello della corporate governance, nascono l’impresa minimale e l’azienda logo.86523.jpeg
Le nuove parole d’ordine diventano massima elasticità (minori tempi morti e immobilizzazioni, maggiore prontezza nella messa in opera di nuove produzioni), integrazione dei sistemi di produzione, riduzione dei capitali immobilizzati in scorte e magazzini, fabbrica snella, qualità totale, mentre l’insieme di saperi e conoscenze, il general intellect, diviene il vero capitale sociale, il fattore strategico di sviluppo economico, sociale e produttivo. Del resto sta proprio qui il principale elemento di novità, nel fatto che la conoscenza, accumulandosi, induce nuova conoscenza come fonte primaria di produttività e di mutamento sociale e dunque ha un impatto molto più forte del passato sui processi produttivi, culturali, amministrativi. Anche se ogni modo di produzione ha comportato l’accumularsi di esperienze e saperi, nella fase attuale vi é una sorta di produzione di conoscenza a mezzo di conoscenza determinata da costanti interazioni produttive, garantite dai sistemi di informazione in generale e dalle particolari nervature comunicative, proprie dei diversi processi produttivi e sociali, che sfruttano tecnologie il cui "core" é costituito da elaborazioni di informazioni che sono, a un tempo, materia prima e prodotto.
Il ruolo essenziale e predominante delle tecnologie dell’informazione nei processi innovativi consiste nello stabilire relazioni sempre più strette tra cultura sociale, conoscenza scientifica, sviluppo dei fattori produttivi.
Il capitale culturale sociale, la capacità collettiva di rielaborazione simbolica, in breve, la capacità del lavoro di elaborare informazioni e generare conoscenza, sono la fonte materiale di produttività. Il legame tra lavoro, produzione di conoscenze, la loro diffusione e socializzazione, la formazione è stretto non tanto nel senso tradizionale dell’apprendere una professione, perfezionarne le tecniche, affinarne le strategie, bensì in quello di una costante e consapevole disponibilità a sovvertire le proprie competenze specifiche e a riciclare le proprie attitudini generiche, in un ricorrente altalenarsi tra occupazione, inoccupazione, formazione. Al rischio, alla flessibilità, alla mobilità che a questa disponibilità conseguono corrispondono sia l’indebolimento dei legami collettivi, sia la costituzione di esperienze reticolari che compongono la costituzione dei soggetti.



POST-FORDISMO E SOCIETA' DEI LAVORI

La transizione in corso non comporta né la sparizione del lavoro né la fine dei posti, ma intacca le certezze sociali perché può mettere a repentaglio i compromessi raggiunti nel Novecento. Se la tutela del lavoro tende a peggiorare mentre la qualità tende a migliorare, è perché era pensata per un altro lavoro e per un altro lavoratore. Essa può portarsi al livello della qualità soltanto se viene modellata su un lavoro e un lavoratore con maggiore autonomia e con maggiore responsabilità quali il post-fordismo sta preparando. Nuovo lavoro è lavorare in rete, senza scorte e giusto in tempo. Nuovo lavoratore è chi lavora in più ruoli, in più posti, in più attività.
Le conseguenze culturali, sociali, psicologiche e antropologiche sono rilevanti. Inseguendo il consumatore e trattando il lavoratore come individui singoli, il post-fordismo propone un modello di autodirezione diverso dall’eterodirezione imposta dal taylor-fordismo. Lavorare con meno vincoli e più opportunità, ma anche con maggiore responsabilità e maggiori rischi, è forse l’altra faccia dell’individualismo di massa innescato dalla produzione snella just-in-time.
Ogni lavoratore si trova immerso in un modo meno ferreo e più fluido nel sistema dei rapporti economici. Il post-fordismo fa infatti emergere nel mondo del lavoro altrettante diversità quant’erano state le uniformità introdotte dal taylor-fordismo. La gabbia entro cui funzionava la società del lavoro era forte e visibile, mentre la ragnatela entro cui si colloca la società dei lavori è fitta e impalpabile. Se ieri era il "Lavoro" maiuscolo che teneva insieme la società, oggi è la società che tiene insieme i tanti lavori, attraverso un reticolo di snodi orizzontali anziché un’intelaiatura di gerarchie verticali.
Una conseguenza del tutto inattesa verrà dal contrasto fra la maggiore qualità e la minore tutela del lavoro, e – di conseguenza – fra la maggiore implicazione interna e la minore copertura esterna del lavoratore: il lavoro cesserà infatti di perdere importanza e concorrerà alla formazione dell’identità sociale più di quanto si prevedesse negli ultimi decenni del Novecento, quando la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento del tempo libero erodevano gli effetti identitari della relativa stabilità d’impiego e della discreta tenuta dei mestieri. Non è una novità di poco conto.
Pochi vedono nel post-fordismo la prospettiva di una vera e propria fine del lavoro salariato, ad esempio attraverso una "economia della partecipazione": del resto, perfino negli Stati Uniti sono pochi gli imprenditori e i manager disposti ad associare tangibilmente i propri dipendenti al futuro dell’impresa. C’è invece chi vede nel prossimo futuro promesse di liberazione quali una individualizzazione del lavoro e del rapporto di lavoro, cui tenderebbe la cosiddetta "fuga dal lavoro subordinato", che è spesso una scelta necessitata anziché voluta.
Di certo si sta affacciando un mondo dove i lavori stanno soppiantando il lavoro, per cui la discontinuità d’impiego e di carriera, involontaria o volontaria, può diventare normale per un numero sensibilmente maggiore di soggetti, anche con posto stabile. La costruzione dell’identità professionale tende quindi a basarsi su più posti, più ruoli e più mestieri perché ciascuno di loro (al limite, ciascuna missione di lavoro temporaneo) aggiunge una porzione di esperienza, di formazione, di sapere. L’identifica-zione sociale attraverso i lavori seguirà quindi tragitti più complessi perché meno rettilinei e più personali, con sovrapposizioni e dissociazioni fra la sfera del lavoro e le altre sfere dell’esistenza. Ciò darà luogo a identità composite in senso diacronico, diverse cioè da quelle plurime in senso sincronico a cui solitamente alludono i sociologi.
Ciò rende necessaria una rete protettiva leggera e universalistica che assista il lavoratore nella transizione di posto o di carriera, aiutandolo a valutare il proprio potenziale e a ricollocarsi in modo adeguato; che certifichi i passaggi compiuti negli itinerari di lavoro e di formazione; che accompagni i periodi di mobilità con attività di formazione o di "tutoraggio" in vista del reimpiego; che metta a frutto l’anzianità maturata negli impieghi temporanei presso la medesima impresa; che ricomponga i vari spezzoni di occupazione dipendente o autonoma agli effetti della carriera assicurativa, aiutando a ricoprire o consentendo di riscattare i vuoti. È necessario quindi che rimanga una traccia dei tragitti che, da un impiego, all’altro costruiscono l’identità socio-professionale dei singoli: traccia di cittadinanza che può consistere in una anagrafe generale del lavoro o in un libretto elettronico del lavoratore. (Negli Stati Uniti chiunque lavora dispone di un social security number). Questa è la prima tutela dell’individuo lavoratore, il primo elementare diritto di una sicurezza sociale adatta al capillare universo dei lavori.
Si pongono interrogativi a cui è difficile rispondere. Ci si chiede ad esempio se possano essere valorizzati gli spazi di autonomia individuale e diversificate le forme di tutela dei lavoratori senza abbandonare il cammino storico della solidarietà e dell’uguaglianza. Così pure, ci si chiede se una tutela che si fa al tempo stesso più leggera e più universalistica debba proteggere anche i lavori non tipici, non istituzionali, non subordinati: cioè se si vada verso una cittadinanza del lavoro sans phrase che si situerebbe agli antipodi di quella del Lavoro maiuscolo, tipico del Novecento.
È chiaro che il sistema delle tutele va ridisegnato, innanzitutto con la legislazione, in ambito nazionale ma soprattutto internazionale. L’Unio-ne europea ricopre in tal senso un ruolo decisivo perché costituisce già ora un riferimento mondiale per la protezione del lavoro nella moderna economia di mercato. Sebbene la contrattazione fra partner sociali abbia egregiamente soddisfatto in molti paesi l’esigenza di conciliare la cittadinanza con il mercato, nella fase post-fordista essa assumerà probabilmente un’impronta diversa dal passato. È inevitabile che, passando dal Lavoro ai lavori, la copertura data dai tradizionali contratti di lavoro diventi più circoscritta non tanto (o non soltanto) perché nel frattempo si allarga l’area dell’autotutela individuale, ma perché il focus della regolazione si sposta verso il livello aziendale e quello territoriale, e perché aumentano nel contempo gli spazi coperti dalla regolazione bilaterale in campi come la formazione dei lavoratori, l’incontro domanda-offerta, la sicurezza sui luoghi di lavoro.
Mentre la società dei lavori si afferma a livello mondiale, non è prevedibile un brusco declino del ruolo dei sindacati, i quali stanno del resto presentandosi ex novo o cominciando ad affermarsi sulla scena di molti paesi in sviluppo, specie nel Sud-est asiatico. Al restringersi della tradizionale area di tutela del lavoro operaio-industriale-fordista, corrispondono infatti bisogni di tutela nuovi, tutti da delineare e da costruire, nell’area del lavoro post-fordista, discontinuo, atipico. Perfino in un rapporto di lavoro individualizzato, dove il lavoratore sembrerebbe potersi tutelare da sé grazie al proprio potere contrattuale, perfino in questo caso il sindacato può offrire qualche forma di ausilio se non di tutela vera e propria.
Nella società dei lavori ci saranno dei lavoratori che hanno minori bisogni di tutela ma ce ne saranno molti altri che hanno maggiori bisogni di tutela, da parte del sindacato o da parte dello Stato o di entrambi. Rispetto al passato, non si tratta soltanto di tutelare meglio i diritti ma anche le "sorti" dei singoli, nelle concrete realtà dei mercati del lavoro e dei luoghi di lavoro. L’istanza stessa della partecipazione all’impresa, che poggia sulla maggiore partecipazione nel lavoro, verrebbe frustrata se predominasse l’insicurezza e l’instabilità.



" IL TELELAVORO"

Un esempio della trasformazione delle modalità lavorative nell'era del postfordismo

Il telelavoro [il termine fu coniato nel 1973 da Jack Nills, un consulente statunitense] si sta facendo a poco a poco strada nel mondo del lavoro contemporaneo.
Il telelavoro puo' essere definito, in via generale, come l'uso integrato ed organico delle telecomunicazioni e del trattamento automatico delle informazioni all'interno del processo produttivo . Un'altra definizione è <<una forma di lavoro effettuata in un luogo distante dall'ufficio centrale o dal centro di produzione e che implichi l'uso di una nuova tecnologia che permetta la separazione e faciliti la comunicazione>>. Tali definizioni, che evidenziano aspetti diversi del telelavoro, sono naturalmente molto generiche e in esse è compreso anche ciò che sta diventando il telelavoro per antonomasia: ovvero il lavoro svolto a casa in cui la comunicazione con l'azienda per cui si sta prestando l'opera avviene tramite un collegamento in rete.
I lavoratori attualmente coinvolti nel processo sono stimati in circa 8 milioni negli USA e circa 1,5 milioni in Europa [fonte Osservatorio sul telelavoro-Telecom]. La FIOM-CGIL stima che in Italia i telelavoratori siano circa 100 mila e che il mercato potenziale sia di circa 2 milioni. Infatti l'integrazione delle telecomunicazioni (TLC) nei processi produttivi investe potenzialmente le attività e le fasi produttive basate sull'acquisizione, organizzazione, trattamento delle informazioni di qualunque genere e tipo. Tale comparto tende ad assumere dimensioni sempre maggiori in quanto il processo di produzione di beni materiali comprende quote sempre maggiori di ricerca, progettazione, gestione delle scorte, analisi di mercato, verifiche degli standard qualitativi ecc. telelavoro.jpg
Un'altra interessante indagine è stata svolta dalla canadese University of British Columbia su un campione di 1677 telelavoratori. Le conclusioni dell'indagine delineano che:
- il telelavoro e l'autoimprenditorialità sono in crescita;
- il lavoro in casa richiede nuove soluzioni abitative per combinare al meglio le attività lavorative e familiari;
- il lavoro in casa provoca un maggiore rinnovamento delle propria attività
- può inoltre essere un importante fattore nel decidere di spostarsi;
- può creare l'opportunità di far connettere se stessi e i familiari alle autostrade dell'informazione.
Innanzitutto si può dire che siamo in presenza di un fenomeno ancora marginale ma in netta crescita e, se le previsioni della FIOM si realizzassero i telelavoratori potrebbero rappresentare a breve il 10% della forza lavoro attiva in Italia. In altri stati, quali la Gran Bretagna e la Francia, questo fenomeno assumerà senz'altro dimensioni maggiori. Si può poi senz'altro dire, basandosi sulla rilevazione dell'Osservatorio, che il concetto di telelavoro è poco conosciuto e, quando lo è, ne sono evidenziate le sue connotazioni "sociali" (allargamento del mercato del lavoro e offerta di lavoro in un bacino più ampio) e positive (aumento della flessibilità e riduzione degli spostamenti casa-lavoro). Il punto di vista è però quello privilegiato di chi ha un lavoro stabile in un azienda e una certa disponibilità di risorse di base (condizioni socio-familiari favorevoli e disponibilità di spazio presso la propria abitazione). Inoltre si sta sviluppando una notevole retorica istituzionale sul telelavoro e sui suoi presunti vantaggi sociali. Nell'estate del 1994, per esempio è stato presentato il cosiddetto rapporto Bangemann su "Europa e Società dell'Informazione Globale", secondo il quale telelavoro significa "più lavoro, nuovi lavori, per una società in movimento".




ECONOMIA GLOBALE E POSTFORDISMOglobal4.jpg
Con la Globalizzazione da un lato é venuto progressivamente a ridursi il potere che gli stati nazionali riescono ad esercitare nel mercato internazionale,( sia nel campo manifatturiero, sia in quello dei servizi)dall’altro, le nuove tecnologie della comunicazione a distanza in real time hanno reso possibile anche ad imprese di piccola e media dimensione un’azione a tutto campo, non limitata dalla distanza e sempre più estesa ai ‘grandi spazi’ del mercato globale. Il risultato di questa doppia trasformazione é che l’internazionalizzazione, da fenomeno di élite, si é trasformata in fenomeno di massa riguardante tutte le imprese e tutte le attività infatti essa non si rivolge più ad una parte dell’economia, ma alla sua interezza.La globalizzazione é quindi, la prima forma che l’internazionalizzazione assume nell’economia post fordista, in cui le relazioni internazionali nascono dall’estensione delle reti di divisione del lavoro, che usano l’interazione comunicativa e cooperativa per scoprire e mettere in valore le rispettive complementarità .
Sebbene il processo non sia privo di contraddizioni(questo spiega l'opposizione di alcuni critici), dalla globalizzazione non ci si può soltanto difendere, perché essa é la strada attraverso cui sta emergendo un nuovo modo di produrre e di competere. Proteggersi dalla Globalizzazione significa ritardare il contatto dell’economia nazionale con la sperimentazione delle forme post fordiste di produzione e di concorrenza, realizzando alla fine un pessimo affare. Al contrario, occorre accettare fino in fondo la sfida della globalizzazione, essendo consapevoli del fatto che essa può essere sostenuta, alla lunga, solo costruendo istituzioni che siano capaci di riprodurre, a scala mondiale o almeno continentale un potere regolatore di istituzioni internazionali sui mercati.





IL FORDISMO OLTRE CHAPLIN, FORDISMO E POST-FORDISMO A CONFRONTO
Elemento centrale nella definizione della società postmoderna è il suo nuovo modello economico, particolarmente il nuovo modello produttivo, che a partire dagli anni ’70 ha progressivamente sostituito il modello fordista, egemone nel periodo 1945-1970, e che viene pertanto definito post-fordista.
Ma cosa intendiamo con fordismo e post-fordismo? Definire il post-fordismo non è facile perché, al pari del post-moderno, esso si caratterizza proprio per il suo carattere polimorfo, per l’assenza di un modello economico egemone e univocamente interpretabile; ma anche definire il fordismo non è così semplice, in quanto fordismo e post-fordismo vengono assunti dalla letteratura socioeconomica non come descrizione di una particolare filosofia produttiva, ma come paradigmi di un sistema economico globale. Infatti, se per fordismo intendiamo un sistema di produzione centralizzato e parcellizzato, basato sulla catena di montaggio, è bene sapere che solo in pochi stati e per brevi periodi la forza lavoro industriale ha superato il 40% del totale e che mai più del 20-25% di essa (8-10% del totale) ha lavorato alla catena di montaggio immortalata da Charlie Chaplin, in Tempi moderni, come simbolo del sistema produttivo di fabbrica. La fabbrica fordista non era la norma nemmeno quando c’era il fordismo. Se poi ci chiediamo come lavora l’impresa postfordista allora dobbiamo chiederci se vogliamo sapere come si produce oggi alla Mirafiori o alla De Longhi o a Hong Kong o nelle fabbriche che fanno le scarpe Nike in Indonesia, perché si lavora in modo molto diverso, anche se tutte sono imprese postfordiste.
Ma innovativa o tradizionale, nella società postindustriale è la fabbrica stessa a non essere più centrale: rispetto ad altri settori economici, oggi il valore aggiunto della produzione industriale è basso e l’industria è quello che l’agricoltura era all’inizio del secolo. Nelle economie avanzate pochi paesi hanno un numero di addetti industriali superiori al 30% e certe proiezioni – in verità un po’ frettolose - indicano che negli Stati Uniti raggiungeranno in un decennio il 10% o poco più (Rifkin). Un tempo i paesi in via di sviluppo erano quelli agricoli, oggi sono quelli industriali.
Fordismo e postfordismo come paradigmi economici
Fordismo e postfordismo non devono quindi essere considerati semplicemente come un tipo di organizzazione industriale. Gramsci nei Quaderni del carcere scriveva che il fordismo aveva aperto una nuova epoca nella storia del capitalismo, plasmando con i suoi effetti non solo l’organizzazione di fabbrica, ma il complesso della società arrivando a creare un “nuovo tipo di lavoratore e di uomo”. A partire dalle sue analisi il concetto di fordismo è stato letto non solo come una tipologia di produzione industriale, ma come un paradigma economico e tale lettura è oggi predominante nella cultura socioeconomica. Quindi consideriamo il fordismo, così come il postfordismo, dei paradigmi, ovvero dei modelli ideali e regolativi per orientarci nella complessità, senza pretendere che essi la inquadrino in modo totalizzante, perché la realtà è poliforme e una mappa che riproduca in scala 1:1 il mondo è inutile, come ci ricordano Borges ed Eco.
Tuttavia, confrontando fordismo e postfordismo, è necessaria un’avvertenza: si tratta, infatti, di analizzare due modelli economici asimmetrici. Quando diciamo fordista parliamo di un modello economico già passato, definito, analizzabile e coerente. Con postfordismo invece non definiamo un modello economico, ma come dice il nome solo ciò che viene dopo il fordismo, anzi una transizione. Il nome postfordista dice solo che il fordismo è superato, ma non dà indicazioni sul nuovo e questo sostanzialmente per due ragioni:
1. il nuovo modello è in evoluzione, questa è una fase di transizione, quindi i contorni sono in fase di definizione (bisogna peraltro considerare che la transizione è endemica allo sviluppo economico capitalista e ogni modello risulta in perenne revisione),
2. il nuovo modello è per definizione flessibile, ossia più che un modello indica un principio: adattarsi, quindi assume di volta in volta le forme più efficaci: l’assenza di un modello è parte del modello.
E’ perciò congenitamente impossibile definire compiutamente un modello dominante, ma questo non significa non si possano individuare delle tendenze generali utili alla costruzione di un modello orientativo nella comprensione degli aspetti economico-culturali delle società postindustriali, né che queste tendenze debbano necessariamente essere alternative al fordismo: aspetti del modello fordista convivono infatti entro il nuovo modello che, come rilevato, ha nella sua “programmatica assenza di un modello” proprio una delle caratteristiche essenziali.
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TOYOTISMO
Quando, negli anni '70, il fordismo entra in crisi, un nuovo "modo di produzione", diverso e anzi opposto nella sua logica di funzionamento, è già stato messo a punto in Giappone dall'ingegner Ohno e applicato con successo alla produzione di automobili Toyota. Il toyotismo è spesso presentato come la forma ormai compiuta e ineluttabile del postfordismo: è destinato a prenderne il posto, diffondendosi dal Giappone al resto del mondo e dal settore automobilistico al resto dell'industria, e pretenderà un "modo di regolazione" adeguato, smantellando in primo luogo le politiche e le istituzioni del welfare di stampo keynesiano.

Esso si basa su 5 principi puntando su un concetto apparentemente semplice: l'eliminazione di ogni tipo di spreco che inevitabilmente accompagna ogni fase di un processo produttivo.
Principi:
  1. identificare il valore per il cliente
  2. comprendere il processo di creazione del valore
  3. creare il flusso del valore
  4. far tirare il flusso del valore dal cliente
  5. ricercare la perfezione


Le novità del toyotismo sono molte, e vengono descritte marcando (spesso forzando) la differenza rispetto alla produzione fordista. La catena lineare e rigidamente sequenziale di Ford viene sostituita da sistemi modulari (a "rete" o a "isole") o a "U" che rengono più flessibile il montaggio. Il principio taylorista "un uomo, una mansione" viene meno, gli operai vengono addetti a più macchine, devono essere essi stessi flessibili e "polivalenti", e lavorare in gruppi o squadre secondo modalità che sembrano andare nella direzione opposta rispetto ai classici principi della divisione del lavoro e della parcellizzazione delle mansioni. Perfino l'"alienazione" del lavoro sembra venir meno, poiché si chiede al lavoratore di condividere gli obbiettivi dell'azienda. Ma una differenza viene soprattutto enfatizzata: la produzione non è più di massa, nel duplice senso che non ha più le grandi dimensioni del passato e non è standardizzata. Questo punto è cruciale nell'argomentazione della Scuola della Regolazione: essa ritiene infatti che la crisi del fordismo sia essenzialmente dovuta ai limiti raggiunti dal consumo. Il mercato non è più in grado di assorbire una produzione di massa, dunque la produzione deve adeguarsi a una domanda ormai "matura", inferiore per dimensione e mutevole per gusti. Il postfordismo sembra dunque promettere quella "sovranità del consumatore" che Ford arrogantemente aveva smentito sostenendo che "il cliente può comprare l'automobile del colore che vuole, purché sia nera". La produzione quindi deve diminuire, per raggiunti "limiti dello sviluppo", e di conseguenza diminuirà il lavoro. In compenso, il lavoro sarà meno alienato - meno scisso e indifferente - e il consumo più gratificante - più personalizzato e vicino ai bisogni reali.
Molti autori comunque, anche se non molto ascoltati, hanno contestato le mirabilia del toyotismo, mettendo in luce come la Toyota sia tutt'altro che un paradiso, come i metodi ivi impiegati rappresentino una razionalizzazione estrema del taylorismo più che il suo rovesciamento, facendo osservare che molte pretese "ricomposizioni" o "riqualificazioni" del lavoro messe in atto dagli emuli di Ohno sono consistite semplicemente nell'assegnazione di un operaio a due o tre macchine anziché a una sola, per eseguire mansioni comunque parziali, esecutive, ripetitive, spesso con un aumento dell'intensità del lavoro.



Formazione post-fordista



Il passaggio dal fordismo al post-fordismo si configura come un vero e proprio cambio di paradigma non solo produttivo ma anche sociale: mutano i processi di lavoro, la struttura del mercato, che diventa globale, la natura e le funzioni dei gruppi sociali e delle comunità politiche, il ruolo del lavoro nella vita di individui e gruppi. E cambia anche la formazione: quella tradizionale, accumulata in lunghi periodi di apprendimento scolastico e professionale, che doveva bastare per tutto l'arco della vita, non è più sufficiente per stare sul mercato che richiede flessibilità, adattabilità al mutare delle tecnologie e delle conoscenze, attenzione alle relazioni. Per sopravvivere e svilupparsi in questo nuovo mondo post-fordista, occorre che gli individui dispongano di una formazione attenta al soggetto, che prosegua lungo tutto l'arco della vita e sia capace di valorizzare percorsi formativi informali presenti nelle concrete esperienze di vita e di lavoro. Fare centro su di se in un mondo che cambia, valorizzare la propria capacità di stabilire relazioni e apprendere di continuo si rivelano come risorse strategiche non solo per gli individui ma anche per la società stessa. Diversamente, una formazione che non riesca fare propri questi obiettivi rischia di rivelarsi inadeguata alle sfide del periodo storico che stiamo attraversando.




Post fordismo e terziario: il caso di una impresa di comunicazione a "rete"



Quello del postfordismo è da almeno un ventennio uno dei principali temi dell’economia d’impresa. Il rifiuto della visione d’impresa fordista, fondata sulla integrazione verticale e sulla standaridzzazione produttiva, ha quindi incentrato sovente la discussione accademica sull’identificazione di un nuovo paradigma industriale emergente.
In seno a tale dibattito, il postfordismo è stato considerato da più parti come l’unico costrutto concettuale in grado di svolgere tale oneroso compito.
Esso è in via preliminare definibile come un modello di organizzazione produttiva e sociale fondato sul principio della “specializzazione flessibile”, la quale professa, sinteticamente, la superiorità produttiva dei sistemi specializzati di piccole e medie imprese rispetto alle procedure organizzative delle grandi imprese industriali “fordiste”, tipiche del primo novecento, per definizione standardizzate e rigide.
Negli ultimi anni sembrano emergere sempre più campi di applicazione della filosofia postfordista. Da almeno un decennio si assiste, infatti, di frequente all’adozione di tali principi anche da parte di imprese appartenenti al comparto terziario. In tal senso, più casi provenienti ad esempio dal settore turistico, dalle imprese di trasporti e logistica o dalle public utilites evidenziano chiaramente l’espansione di tale trend anche fra le imprese di servizi.
Ulteriore comparto del terziario sensibile filosofia postfordista sembra essere il settore composto da quelle imprese operanti nell’ambito della produzione di comunicazione aziendale (centri marketing, agenzie pubblicitarie, centri media, studi di wed graphics e via discorrendo).
È infatti agevole oggi riscontrare l’esistenza di veri e propri “network pubblicitari”, nati dalla necessità di singole micro-unità organizzative di sviluppare estesi progetti di comunicazione in partnership, come suggerisce ad esempio il caso dell’industria pubblicitaria di Soho a Londra, compiendo la “reticolarizzazione terziariaria”(o specializzazione flessibile).
Il processo di reticolarizzazione terziaria conferma che il criterio di base della complementarità delle competenze detenute dalle organizzazioni partner, già ampiamente verificato nelle imprese industriali, è altrettanto cruciale per la costituzione di reti postfordiste anche per le imprese dedite alla produzione di comunicazione aziendale.

I tratti essenziali del postfordismo industriale sono stati interpretati come le soluzioni a quattro questioni fondamentali cui il paradigma industriale precedente, ovvero il fordismo, é stato incapace di dar risposta nel momento in cui la complessità e l’instabilità ambientali sono progressivamente aumentate nel corso del tempo.
In primis, è centrale la questione della distribuzione del controllo nell’impresa: se nel fordismo questo é un aspetto primario, in quanto si tendeva a deprimere ogni forma di varianza o indeterminazione accentrando il potere decisionale nelle mani di pochi, il nuovo paradigma propone una maggiore partecipazione alla gestione della complessità,
fondata sulla varietà e sull’estensione della divisione del lavoro cognitivo fra più attori.
Altrettanto rilevante è il tema della produzione: nella transizione dal vecchio al nuovo paradigma questa attraversa un marcato processo di dematerializzazione, che conferisce centralità non più solo ai fattori tangibili ma anche ad elementi immateriali come la conoscenza, le relazioni e le competenze.
Anche il contesto in cui opera l’impresa cambia profondamente; in regime fordista, il tempo e lo spazio rappresentavano per le imprese due variabili definite e stabili. Ciò nell’attuale capitalismo delle reti è un mero ricordo. Il luogo fisico della produzione, infatti, è totalmente stravolto dalle potenzialità delle nuove tecnologie, come del resto anche il tempo di produzione, il quale è nel postfordismo é anch’esso soggetto al principio della flessibilità, finalizzata alla riduzione dei costi d’impresa.
Infine, il tipo di consumo e la stessa domanda si sono fortemente modificate nel corso del tempo: dopo che il fordismo ha proposto per circa mezzo secolo la standardizzazione della produzione, equivalente ad un’imposizione delle decisioni d’impresa, si è giunti con il postfordismo alla definitiva consacrazione del ruolo attivo (ed interattivo) del consumatore sia nella definizione dell’offerta aziendale che nella scelta su come e dove fruire di tali prodotti personalizzati, il che porta all’affermazione attuale della cosiddetta “economia della esperienza”.
Tale cambiamento di paradigmi ha indubbiamente prodotto concettualmente nuovi tipi di architetture organizzative e di pratiche operative di gestione della produzione, tutte ruotanti intorno al concetto di network e facilmente osservabili nel mondo economico contemporaneo. In tal senso, si è spesso scritto di “impresa a rete”, definibile come un “sistema imprenditoriale costituito da imprese giuridicamente autonome ma legate fra loro da forti vincoli associativi e strutture consortili di servizio…oppure anche da strutture consortili di produzione di valore”.
La specializzazione flessibile e il suo paradigma di riferimento fanno si che i sistemi di produzione postfordisti si reggano su relazioni ed accordi tra piccole imprese altamente specializzate soltanto in quelle specifiche fasi del processo di lavorazione nelle quali sono più competenti nel dispiegamento delle risorse possedute. Ed è questo che realmente consente loro di essere innovative e competitive nel mercato senza tuttavia espandere la propria dimensione organizzativa (e quindi anche il rischio di gestione).
Tuttavia, come tra l’altro già trapela dalla definizione stessa del concetto, per dare vita ad una forma organizzativa reticolare tali competenze per essere davvero funzionali devono essere correlate tra loro secondo determinati principi. In particolare, queste d’impresa devono essere tra loro complementari.









Bibliografia:
- Biblioteca di Repubblica, Enciclopedia.
Antonella Elia, Inchiostro digit@le, Ellissi
Elvis Collodel, Postfordismo e responsabilità sociale d'impresa
C.Barbiel, H.Nadel, La flessibilità del lavoro e dell'occupazione, Ed. Donzelli
© Center for Digital Discourse and Culture, Virginia Tech.
Webliografia
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